Filed under Agricoltura

Truffa all’INPS tra i mandanti di Rosarno

CALABRIA: truffa agricola all’INPS tra i mandanti di Rosarno (LaPadania del 13 gennaio 2010)

Il ghetto di Rosarno figlio dell’illegalità e non del Governo (LaPadania del 13 gennaio 2010)

«Megatruffa sulla pelle dei più deboli»

Un sistema quasi ancestrale di truffe legate al lavoro agricolo, silenzi sindacali e istituzionali, omertà e forti interessi della malavita organizzata. Attorno ai fatti di Rosarno gira un «affaire» composito e labirintico, eppure non impossibile da districare. Chicco Dapoto, ispettore bergamasco dell’Inps, capogruppo della Lega nel Consiglio comunale di Dalmine nonché responsabile del centro studi dell’Aniv, l’Associazione professionale dei funzionari e degli ispettori pubblici, una sua storia chiarificatrice da raccontare ce l’ha. Frutto della sua esperienza professionale, ma non solo.
«Sin dagli anni Ottanta l’Inps ha intrapreso un’attività ispettiva mirata soprattutto alle attività del settore agricolo – afferma Dapoto – ma nel Meridione i problemi che ci si trova di fronte travalicano il semplice prodotto raccolto». Cosa vuol dire? «Nella fattispecie di Rosarno s’innesca un sistema di truffe semilegalizzate dove a fronte di un costo medio di un bracciante agricolo pari a 100 euro (contributi e oneri compresi) lo stesso lavoro eseguito da un extracomunitario costa soltanto 20 euro, l’ottanta per cento in meno. Il paradosso è che se si sommano gli immigrati scacciati dalla piana di Rosarno, che sono un migliaio, a quelli che operano sul posto si scoprirà che praticamente in questa zona della Calabria lavorano tutti, vecchi sopra i settant’anni e i bambini sotto i due compresi». L’ispettore dell’Inps ricorda le denunce già presentate per la situazione venutasi a creare nelle campagne di Gioia Tauro e spiega meglio come funziona il sistema della truffa agricola, del sommerso contadino. «Io assumo in nero un extracomunitario, clandestino o meno poco importa, ma devo tutelarmi nel caso in cui mi arrivino in casa i controlli dell’ispettorato del lavoro o della Guardia di Finanza. Cioè debbo motivare l’opera di un numero X di addetti in quel momento e su quell’estensione agricola. Allora fittizziamente vengono assunti dei braccianti italiani, possibilmente parenti o amici. Questi agricoltori vengono tenuti in attività per il minimo previsto dalla legge, 52 giornate nell’arco di un anno. Ma dopo soli due mesi di versamenti dei contributi, che in agricoltura sono molto bassi, queste persone maturano per i sei mesi successivi l’indennità di disoccupazione agricola, 800 euro mensili. Duecento di questi 800 euro – prosegue Dapoto – vengono dati al proprietario del fondo che ha fatto finta di assumermi. E sempre questi 200 euro vengono, infine, girati al bracciante extracomunitario che ha lavorato davvero».
La conclusione di tutto questo? «Dagli anni Ottanta l’agricoltura del Sud viene sovvenzionata dallo Stato». Ma allora perché le tensioni sociali sono scoppiate solo ora? «Credo non sia una questione legata alla crisi economica – risponde Dapoto – ma alla società civile. Stupisce che nessuna delle istituzioni e delle autorità locali si sia accorta che stava nascendo una bidonville con 1.200 extracomunitari costretti a vivere in condizioni disumane. Ogni anno l’Inps manda laggiù dai quaranta agli ottanta ispettori. I verbali sono regolarmente elevati ma il problema è che non si sa che fine fanno. Nel caso, non raro in Calabria, di uno stato di calamità naturale scattano, poi, aiuti e sovvenzioni che di fatto portano molti a maturare i diritti alle pensione, alla maternità e agli assegni familiari». Sul piano sociale Dapoto non ha, comunque, dubbi: «A Rosarno c’era fame di lavoro e qualcuno era stufo di ricevere un quinto dello stipendio che gli spettava così come qualcun altro era stanco di vedere che i soldi andavano in mano a finti occupati che prendevano più di lui. Gli immigrati di Rosarno erano povera gente ed erano sfruttati nella maniera più ignobile. Con l’aggravante che il loro lavoro veniva utilizzato per creare posizione di rendita, vere e proprie truffe ai danni dello Stato. Il tutto nel silenzio assordante di sindacati e patronati».
Una tesi, quella di Dapoto, che non confligge ma si compenetra con quella sostenuta da Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università Roma Tre: «È fondamentale analizzare i mutamenti economici della zona di Rosarno. Un tempo gli extracomunitari erano necessari per la raccolta degli agrumi mentre da un paio di anni a questa parte, grazie ai finanziamenti della Comunità europea, conviene lasciarli sugli alberi, e poi farli marcire a terra. Tanto i soldi arrivano ugualmente. Non c’è più lavoro e già un paio d’anni fa ci sono stati i prodromi di quanto accaduto nei giorni scorsi. Ma nessuno ha fatto niente».

di Daniele Vaninetti da L’Eco di Bergamo del 13 gennaio 2010

Finti agrumeti e finti disoccupati: così si è retto ed è entrato in crisi un sistema

Un registro spiegazzato nell’ufficio anagrafe del Comune è il filo per provare ad afferrare i fatti di Rosarno: 14.745 abitanti divisi in 5.049 famiglie e 150 stranieri residenti, più o meno il 5 per cento di quelli che vivevano qui fino a due giorni fa.

Come vivono le 5 mila famiglie di Rosarno? Da sempre grazie ai «giardini», i piccoli agrumeti che colorano la piana. A parte quattro o cinque latifondisti, la proprietà terriera è molto frazionata. Almeno 2.000 famiglie possiedono un appezzamento. Dimensione media: un ettaro. In tutto servono 3 mila braccianti. Fino a pochi anni fa, un ettaro di arance da industria (per fare i succhi) garantiva un reddito annuo di 7-8 mila euro: oltre alla vendita, c’erano i contributi europei legati alla quantità di agrumi commercializzati.

Le associazioni di produttori gestivano i contributi europei. Il contadino portava le arance alla cooperativa che poi le conferiva a un’associazione. Quest’ultima smerciava gli agrumi ai colossi alimentari e incassava i soldi dall’Ue. In questi passaggi, accadeva un «miracolo»: le arance si moltiplicavano, ma solo sulle fatture, per gonfiare i rimborsi. «Ne portavamo cento quintali e ne dichiaravamo cinquecento o anche mille», racconta un produttore. Le associazioni incassavano i contributi, ne giravano una parte irrisoria ai contadini (comunque felici per aver ottenuto più del dovuto) e trattenevano una quota significativa «per il disturbo».

Il business ingolosiva politica e cosche. Su tre associazioni di produttori, una era controllata dalla sinistra e l’altra era di estrazione Dc. Mentre la ‘ndrangheta stendeva la sua longa manus sui mercati ortofrutticoli. Grazie alle «arance di carta» come qui le chiamano, prosperavano anche tanti magazzini e industrie di trasformazione, che davano lavoro a 1.000-1.500 rosarnesi. Altri 2.000-2.500 campavano con un diverso stratagemma. L’Inps garantisce un sussidio ai braccianti disoccupati, purché abbiano lavorato almeno 102 giorni nell’ultimo biennio. In caso di calamità, bastano solo 5 giorni.

Dieci anni fa, c’erano tremila rosarnesi iscritti come braccianti disoccupati. In un terzo dei casi le assunzioni erano fittizie e servivano a riscuotere gli assegni statali: bastava un’autocertificazione e ogni anno piovevano 8 milioni di euro divisi in 2.500 persone, circa 3 mila euro a testa. Anche in questo caso il sistema si reggeva su una truffa. I contributi previdenziali non venivano versati, i finti braccianti facevano un altro lavoro e in campagna ci andavano gli immigrati, che costano la metà. Arance di carta e sussidi europei, lavoro di carta e assegni Inps, tremila pensionati e mille impiegati pubblici: così si sosteneva l’economia di Rosarno.

Negli ultimi anni, i pilastri del sistema hanno ceduto. La stretta dell’Inps ha ridotto i braccianti disoccupati a 1.200 e i relativi assegni da 8 a 2 milioni l’anno. E l’escalation delle truffe sui contributi ai produttori ha messo in allarme l’Ue. Nel 2004 otto persone finirono in galera per aver riscosso 600 mila euro di contributi illeciti: dei 250 camion di agrumi dichiarati ne erano partiti solo 12. Due anni fa, altri 45 arresti per un affare di 18 milioni di euro. Gli 11 milioni di chili di arance certificati? Mai esistiti. E le spremute d’arancia? Mai viste né bevute. Due anni fa sono cambiate le regole.

Oggi i rimborsi arrivano a forfait: 1500 euro a ettaro a prescindere dalla produzione. Oltre alle «arance di carta», sono sparite cooperative, associazioni di produttori, magazzini e aziende di trasformazione. Ma contemporaneamente è crollato il prezzo di vendita degli agrumi: gli incassi non coprono più le spese, dunque oggi i contadini lasciano le arance sugli alberi. Rosarno, che fino a due anni fa aveva bisogno nei campi di 1.800 immigrati clandestini, oggi ne richiede solo alcune centinaia.

E bulgari e romeni, cittadini europei, sono più appetibili degli africani: se li assumi in nero, rischi multe più lievi. Così i mille neri degli accampamenti sono rimasti senza lavoro. Nei ghetti cresceva la tensione. Fuori, l’insofferenza per una comunità non più «funzionale» al sistema. È bastata una miccia per innescare l’esplosione. Ma una volta espulsi i neri, Rosarno non ha risolto i suoi problemi. Chi ha un posto pubblico, una pensione o un sussidio di disoccupazione se la passa sempre bene. I piccoli proprietari arrancano.

E i giovani fuggono: duemila solo negli ultimi anni, l’80 per cento delle nuove generazioni. Rosarno, da oggi, dovrà occuparsi di altri migranti. I suoi. E’ stato convalidato dal gip di Palmi l’arresto dei tre abitanti di Rosarno accusati di avere aggredito alcuni immigrati. Il provvedimento coinvolge anche Antonio Bellocco, figlio di un esponente di spicco della ‘ndrangheta, accusato di aver preso parte alle violenze.

da LaStampa.it del 12 gennaio 2010

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