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Una bandiera per la Lombardia: da sogno (2005) a realtà (2011)

Lombardia day e nuova bandiera

Il Consiglio Regionale approva la svolta. Lega: il 29 maggio sia la festa della Regione. Nel vessillo la Croce di San Giorgio

MILANO – Non solo il 17 marzo e i 150 anni d’unità nazionale. La festa raddoppierà. La Lombardia avrà una sua data specifica da celebrare: il 29 maggio, il giorno della battaglia di Legnano e della vittoria dei Comuni contro il Barbarossa. Una festa regionale per digerire il via libera alle celebrazioni dell’«altra» ricorrenza, quella del 17 marzo, il tricolore e i 150 anni d’unità. Una mediazione lunga e complicata. Alla fine, sul progetto di legge numero 33, il compromesso è trovato: via i 200 emendamenti lumbard in cambio di una celebrazione ad hoc e di una nuova bandiera. Che potrebbe essere la croce di San Giorgio magari assemblata con l’attuale stemma regionale, quello della Rosa Camuna. Della nuova festa e del nuovo simbolo si occuperà comunque un comitato di esperti nominato dal Consiglio. «Ma nessuno scandalo: è tutto previsto dall’articolo quattro dello Statuto», sottolineano al Pirellone, presidente Formigoni in testa.

da corriere.it del 2 marzo 2011


Il Carroccio incassa la festa della Lombardia

«Vi sovvien calendimaggio?». «Bah, al momento no». Fino a oggi la stragrande maggioranza dei lombardi risponderebbe così a un redivivo Alberto da Giussano, ma da domani la musica cambia. Merito della Lega, che per ritirare l’ostruzionismo sulla partecipazione della Lombardia ai festeggiamenti per il 150esimo dell’Unità d’Italia ha spuntato in consiglio regionale l’istituzione della festa della Lombardia. Data più probabile: il 29 maggio, anniversario della battaglia di Legnano (1176) già immortalata nel Barbarossa di Renzo Martinelli, lo sfortunato (al botteghino) kolossal in verde. Entro 15 giorni la regione dovrà istituire un «comitato tecnico-scientifico», per studiare la bandiera della regione e «dare piena attuazione alla festa». Quest’anno il 29 maggio è domenica, ma l’anno prossimo? «Per quanto ci riguarda, la festa deve essere con tutti i crismi – spiega Stefano Galli, capogruppo del Carroccio in consiglio regionale – e deve valere per studenti e lavoratori». Proprio come il 17 marzo, che pur essendo una tantum è stato bocciato dai vertici leghisti come «follia incostituzionale». Una contraddizione? Nemmeno per sogno: «Non è mai una perdita di tempo ricordare che cosa hanno fatto i nostri padri lombardi – risolve Galli – e poi noi faremo convegni e studi, non feste e banchetti». Meno convinto il presidente Formigoni: «Non credo proprio», ribatte, e la partita si annuncia incandescente.

da ilsole24ore.it del 2 marzo 2011


Italia 150: Bossi Jr., croce San Giorgio bandiera Lombardia

(AGI) – Milano, 1 mar. – Un progetto di legge per fare della croce di San Giorgio la bandiera della Regione Lombardia. A depositarlo e’ stata la Lega Nord, primo firmatario Renzo Bossi. Nel testo si legge che “la bandiera bianca recante al centro la croce rossa, protagonista di grandi fatti storici e densa di alti valori morali, non puo’ che essere considerata a tutti gli effetti la Bandiera della Lombardia. E’ infatti questa che tradizione vuole si trovasse sul pennone del Carroccio nella battaglia di Legnano nel XII secolo”. Dunque, la Croce rossa in campo bianco, inversione araldica del vessillo imperiale, “era simbolo di affrancatura dei Comuni lombardi, nell’ottica di un’autonomia dalle solide radici. Il tutto e’ stato istituzionalmente riconosciuto con l’adozione del Gonfalone della nostra Regione nel quale viene riprodotto il Carroccio”. Pertanto, il progetto di legge prevede di adottare, accanto al gonfalone e allo stemma, “la bandiera di San Giorgio come Bandiera della Lombardia, disciplinandone nel contempo le modalita’ d’uso e di esposizione permanente; prevedendosi – si legge – l’esposizione della stessa all’esterno e sugli ingressi principali degli edifici pubblici della Regione, degli Enti locali, e degli uffici periferici delle amministrazioni dello Stato”. (AGI)

 

Lombardia: Salvini, Formigoni la smetta di difendere le rose

(ASCA) – Milano, 3 mar – No alla rosa camuna, si’ alla croce di San Giorgio come simbolo della Lombardia. Si gioca su questo fronte il nuovo duello a distanza tra Pdl e Lega Nord in Lombardia, e lo dimostrano soprattutto i toni polemici usati da un leghista doc come Matteo Salvini, europarlamentare nonche’ capogruppo del Carroccio a Palazzo Marino, per rilanciare la necessita’ di cambiare la bandiera regionale. Salvini non ha dubbi su quale debba essere il vessilo regionale: ”La bandiera della Lombardia – sottolinea Salvini in un’intervista rilasciata ad Affaritaliani – e’ la croce rossa su campo bianco. La croce di San Giorgio. Per i milanesi e per i lombardi la bandiera e’ quella”. All’esponente del Carroccio non importa se alcuni imprenditori lombardi giudichino la rosa camuna come un brand affermato e ormai noto in tutto il mondo: ”Ognuno ha le sue idee, quando pero’ vado a Strasburgo o a Bruxelles Milano e la Lombardia sono la croce rossa su campo bianco. Amo la Valcamonica, sono posti magnifici, ci vado da 20 anni in vacanza, ma con tutta la fantasia, sfido un cittadino del mondo ad accostare la Lombardia alla rosa camuna piuttosto che alla croce di San Giorgio”. Il messaggio e’ per il governatore: ”Formigoni si occupi di altro invece che di difendere le rose”. Infine, una frecciatina anche per il coordinatore regionale del Pdl, Mario Mantovani, che nei giorni scorsi aveva espresso diverse perplessita’ sull’opportunita’ di concedere al Carroccio il posto di vicesindaco in caso di vittoria del centrodestra alla comunali di Milano: ”Lasciamo che sia il Pdl a divertirsi con sindaci e vicesindaci. Noi ci occupiamo di altro. Se Mantovani dice cosi’ – conclude Salvini – auguri a Mantovani”.

 

Una bandiera per la Lombardia, Senato di Milano 11 novembre 2005

SCARICA L’OPUSCOLO DEL CONVEGNO IN FORMATO .pdf

 

I giovani padani: bandiera e inno per la Lombardia

LA PROPOSTA: Una bandiera per la Lombardia, e un inno. L’ idea è di Igor De Blasio, il responsabile dei Giovani padani della Lombardia. Ma a Umberto Bossi deve essere piaciuta parecchio, visto che venerdì sarà presente al convegno a cui si sono dati appuntamento i circa 180 consiglieri comunali padani «under 30» per lanciare ufficialmente la questione del vessillo. Secondo i promotori, quest’ ultimo non può che essere la croce di San Giorgio, rossa su campo bianco, quella che compare anche nello stemma di Milano, oltre che di parecchi altri municipi lombardi: era la bandiera, guarda un po, della Lega lombarda che respinse il barbarossa: «Ma non è che vogliamo appropriarci del simbolo – scherza il consigliere regionale Fabrizio Cecchetti – dobbiamo ammettere che esisteva già». mentre l’ eurodeputato Matteo Salvini sottolinea che l’ iniziativa non vuole essere di partito: «Credo che su questo possano essere tutti d’ accordo: e infatti invitiamo a sottoscrivere i nostri progetti di legge anche il sindaco Albertini e il presidente Penati, oltre che esponenti dello spettacolo e dello sporti com Elio e le Storie tese e Franco Baresi». Tra l’ altro, si chiede anche una «bandierina» venga inserita nelle targhe dei veicoli immatricolati in Lombardia. Se per la bandiera l’ idea già c’ è, per l’ inno, spiega De Blasio, «non abbiamo nessuna proposta: lo deciderà il consiglio regionale». Ma la Rosa camuna è destinata alla pensione? «Nient’ affatto – spiega l’ architetto e consigliere regionale Giulio De Capitani – quello è lo stemma, e stemma resterà». Ultima e più impegnativa richiesta, che il futuro Senato federale abbia sede a Milano. Primo test per il pacchetto di proposte dei giovani padani, la presenza o meno del governatore Formigoni al convegno di venerdì.

Cremonesi Marco, pagina 2 del Corriere della Sera dell’8 novembre 2005

 

Bandiera e inno per sentirsi orgogliosi di essere Lombardi

da La Padania del 12 novembre 2005

Albertoni: i colori della libertà

da La Padania del 12 novembre 2005

Formigoni: così daremo più forza alla nostra identità

da La Padania del 12 novembre 2005


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Podcast OBELIX, Radio Padania Libera

Puntata di Obelix del 14 ottobre 2010.

In conduzione: Lucio Brignoli e Ale Panza.


Nel corso della puntata è stato presentato il libro:

IL SANGUE DEGLI INNOCENTI – I GENOCIDI DEL XX SECOLO
insieme all’autore, Roberto Locatelli. Di seguito alcune informazioni:

Calusco, i genocidi del Novecento narrati da Locatelli

«Il sangue degli innocenti» è il titolo del libro dedicato ai genocidi del Novecento e scritto da Roberto Locatelli. L’autore è consigliere comunale di maggioranza a Calusco d’Adda, esponente del consiglio di amministrazione di Agenda 21 Isola Bergamasca, Dalmine-Zingonia, e del Parco Adda Nord. Il libro è stato presentato in anteprima alla Giunta di Calusco e a breve sarà nelle librerie. Roberto Locatelli, 35 anni, leghista, impiegato in un importante istituto di credito, laureato in Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano con indirizzo storico-politico-internazionale, con tesi dal titolo «La politica europea nel Mediterraneo», da tre anni stava lavorando a questo libro. «Il XX secolo riveste una grande importanza per la storia dell’umanità, in particolare per l’Occidente, in quanto caratterizzato da una crescita economica, tecnica e scientifica che ha innalzato e migliorato la qualità e la prospettiva di vita dell’intera umanità – spiega Locatelli, che ha dedicato questo suo primo libro alla moglie Paola, ai genitori Guido e Lucia e alla sorella Silvia –. Tuttavia non si può non ricordare che, proprio in questo secolo, hanno trovato terreno fertile anche le due più devastanti guerre che per ferocia ed estensione degli scontri l’umanità abbia mai conosciuto; il XX secolo si è contraddistinto anche per le azioni criminose. L’uomo ha mostrato il lato peggiore della sua disumanità; dallo sterminio degli ebrei al dramma del Tibet, il genocidio in Ruanda e l’annientamento del popolo armeno». Il libro punta a «non far dimenticare» il male che ha caratterizzato il secolo che ci siamo lasciati alle spalle, ed è edito dalla Editrice Nuovi Autori al prezzo di 13 euro. In 130 pagine Locatelli affronta il tema del genocidio del popolo armeno, dell’olocausto ucraino, della Shoah degli ebrei, del dramma del Tibet, della follia comunista in Cambogia, del milione di morti in Ruanda e del massacro di Srebrenica. Pagine nere della storia recente, fatte rivivere per non dimenticare.

Eco di Bergamo del 13 ottobre 2010


WWW.EDITRICENUOVIAUTORI.IT

Autore: Roberto Locatelli

Roberto Locatelli è nato a Bergamo nel 1975 e vive a Calusco d’Adda (Bg). Laureato in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Milano (indirizzo storico-politico-internazionale, con tesi dal titolo La politica europea nel Mediterraneo), lavora come impiegato presso un importante istituto di credito. E’impegnato politicamente, infatti attualmente riveste l’incarico di consigliere comunale a Calusco d’Adda, nonché il ruolo di consigliere di amministrazione dell’associazione Agenda 21 Isola bergamasca, Dalmine-Zingonia e di consigliere di amministrazione dell’ente regionale Parco Adda Nord, per il quale ha promosso la pubblicazione del  volume Quasimodo Leonardi ispirato al genio di Leonardo da Vinci. Da sempre appassionato di storia e teoria politica, dal 2002 ha scritto diversi articoli di carattere storico-politico pubblicati da Quaderni Padani, Enclave-Rivista Libertaria e Il Federalismo. Questo è il suo primo libro.

Libri pubblicati: Il sangue degli innocenti – I genocidi del Novecento

Ogni epoca storica è stata teatro di guerre, conflitti armati, massacri e stermini di popoli. Le motivazioni sono le più disparate, ma principalmente si possono ricondurre alla brama di potere, al disprezzo e all’atavico senso di superiorità che gruppi di individui nutrono verso coloro che identificano quale “altro da sé”. Il secolo XX si è contraddistinto per alcune azioni criminose promosse da élite politiche, spinte dal folle intento di distruggere e cancellare alcuni gruppi nazionali ed etnie con ogni sorta di violenze, aggressioni e sterminii di massa. In questo libro, l’autore, partendo dal significato del termine “genocidio”, prende in esame alcuni avvenimenti dove l’uomo ha mostrato il lato peggiore della sua disumanità: dallo sterminio degli ebrei al dramma del Tibet piuttosto che il Ruanda o l’annientamento del popolo armeno. Tutti questi terribili episodi sono affrontati con grande precisione e accuratezza, senza però trascurare il coinvolgimento emotivo e il giudizio morale.

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L’ITALIA FATTA A PEZZI (nel 1993)

Una ricerca di Robert Putnam (“Making democracy work, Civic tradition in Modern Italy”), politologo di Harvard, sul nostro senso civico boccia senza appello il Sud.

Un’ inchiesta sull’ efficienza del modello regionale inaugurato nel nostro paese nel 1970. nella classifica delle regioni meglio amministrate al primo posto Umbria e Emilia Romagna, fanalino di coda Calabria e Campania. Secondo lo studioso la rovina del Meridione dipende dal “familismo amorale” e dal “legame di clan”.

VISTI DA LONTANO Una ricerca di Robert Putnam, politologo di Harvard, sul nostro senso civico boccia senza appello il Sud dal nostro inviato GIANNI RIOTTA. Secondo lo studioso la rovina del Meridione dipende dal “familismo amorale” e dal “legame di clan” La tradizione dei Comuni dietro le “virtù” delle regioni del centro nord.

NEW YORK Il Sud d’Italia è una società amorale, familista, fuorilegge, con un governo locale inefficiente e un’economia paludosa. Le future riforme politiche non lo trasformeranno, perchè troppo antiche sono le radici dell’arretratezza. Anzi: il malessere del Mezzogiorno e’ la prova scientifica di come sia difficile innestare la democrazia dove manca il tessuto civile. “Palermo potrebbe rappresentare il futuro di Mosca”, scrive il professor Robert Putnam, in un suo saggio che è campana a morto per ogni speranza di rinascita del Sud e monito severo per l’Est e il Terzo Mondo. Robert Putnam e’ un politologo di Harvard, il suo libro Making democracy work, Civic tradition in Modern Italy (far funzionare la democrazia, tradizione civica in Italia, scritto in collaborazione con Robert Leonardi e Raffaella Nanetti) è appena stato pubblicato dall’ Università di Princeton. La mole della ricerca è mostruosa. Per vent’anni, dall’approvazione delle Regioni, il professor Putnam e la sua equipe hanno viaggiato nel nostro Paese, studiandone storia, tradizioni, economia, società. Migliaia di politici intervistati a varie riprese, insieme a centinaia di giornalisti, studiosi, gente comune, amministratori. Dozzine di sondaggi di massa, fin qui inediti, rilevazioni statistiche, inchieste ad hoc. La metodologia del lavoro occupa un’intera appendice. Secondo lo studioso Daniel Bell si tratta di “un classico dell’indagine e della teoria politica”. A Princeton si dice “Putnam ha fatto per l’Italia quel che Tocqueville ha fatto per l’America“. Il settimanale Economist non ha dubbi: “dopo avere letto questo libro si capirà se c’è speranza per i Paesi dell’Est che somigliano alla Calabria più che all’Emilia”. La risposta è no. La monumentale inchiesta durata un quarto di secolo parte da una semplice questione, perchè alcuni governi democratici funzionano ed altri no? Il laboratorio prescelto è l’Italia dove, nel 1970, debutta il modello regionale. Putnam segue l’ evoluzione delle giunte, dalle speranze tecnocratiche alla primavera rossa del 15 giugno 1975, al 1992, e stila una classifica di efficienza dei governi locali. Usando un modello assai sofisticato, mette in testa Umbria e Emilia Romagna, poi Piemonte, Toscana e Friuli, seguono Lombardia, Trentino, Liguria, Veneto, più in giù il Lazio, la Puglia, la Sicilia, fanalino di coda Calabria e Campania. Come si spiega il divario Nord Sud? Tradizionalmente, con lo sviluppo maggiore del Settentrione. Al Mezzogiorno povero mancano le risorse, e quindi si stenta a governare. Ma la montagna di dati di Harvard e Princeton contraddice la vecchia teoria. L’Emilia è più povera della Lombardia, ma meglio governata. L’Umbria ha meno risorse della Liguria e del Piemonte, ma è più efficiente. La Campania è più ricca del Molise e della Basilicata, ma cede il passo nella performance di governo. L’intera biblioteca della questione meridionale incanutisce davanti ai computer di Putnam. Le risorse c’entrano poco. Se la democrazia ha funzionato meglio al Nord, producendo soddisfazione e ricchezza, è perche’ il Sud difetta di “senso civico”. Non crede nell’ “eguaglianza politica”, e divide i cittadini tra “potenti” feudatari e “clienti” a caccia di favori. Non pratica solidarietà, fiducia e tolleranza. Soccombe sotto un “familismo amorale”, con il legame di clan a negare quello sociale. Per calcolare il senso civico degli italiani, Putnam assembla un nuovo modello (piu’ discutibile del primo), legato a quattro fattori, il voto di preferenza (dove è alto, alto è il voto di scambio, clientelare), la partecipazione ai referendum (si vota su opinioni, restano a casa i servi della gleba clientelare), la lettura dei giornali (dov’è forte e diffuso lo spirito civico, dove è scarsa impera il malcostume), la percentuale di associazioni, dalle politiche alle sportive (la gente si associa se è civile, si isola se primitiva). La classifica del senso civico assegna lo scudetto a Trentino, Toscana e Emilia. In zona Uefa Liguria, Lombardia, Friuli, poi Piemonte, Veneto, Umbria e Marche, indietro Sicilia, Basilicata e Puglia, retrocedono Campania e Calabria. E la carenza di senso civico, vale a dire “la sfiducia reciproca, l’isolamento, lo sfruttamento e la dipendenza dall’ alto, solitudine e disordine, criminalità e arretratezza”, non la povertà, che fa del Sud il Sud. Putnam, già librato tra Hobbes, Locke e Stuart Mill, comincia a questo punto un percorso all’indietro. Fino al Medioevo e al Rinascimento. L’Italia comunale del Nord, la Toscana di Guelfi e Ghibellini, fondano una societa’ civica, dove i valori di comunita’ e le prospettive dell’individuo si armonizzano storicamente. Finita l’era di Federico II, quando il Sud d’Italia era la California del mondo contemporaneo, Berkeley, Hollywood e Silicon Valley incluse, il mezzogiorno perde le virtù civiche e civili, sprofondando nell’assolutismo feudale, nella diffidenza. Un mondo da Hobbes di “uomo lupo dell’uomo” che arriva intatto dai Borboni a Toto’ Riina. Sì, Putnam intravede qualche miglioramento, i giovani del Sud sono scontenti delle proprie giunte in misura identica ai coetanei del Nord, ma il cambiamento sarà disperatamente lento. Non ci saranno riformatori, nè riforme, finchè in Calabria non arriveranno le virtù civiche (e le associazioni) della Val d’ Aosta. La vera cattedrale nel deserto è il “familismo amorale”. Dalla rovina del nostro Sud lo studioso anglosassone trae cattivi auspici per le nuove democrazie all’Est. Anche loro, sprovviste di senso civico, stenteranno. “Palermo e’ il futuro di Mosca”. Nella crudele diagnosi che arriva da Harvard ci sono eccessi di ottimismo, l’Emilia Romagna è ritratta con toni arcadici che ricordano le pubbliche dichiarazioni d’amore della filosofa Irigaray all’ex sindaco Imbeni. Ci sono imprecisioni (una su tutte, “fesso” non vuol dire “cornuto”, Toto’ docet), qualche ingenuità (“Abbiamo vissuto in prima persona il terremoto in Irpinia…”), la prosa – quando lascia lo stile scientifico – langue (“…dalla fertile valle del Po, alle fiere capitali del Rinascimento, alla periferia desolata di Roma, fino… alla punta dello stivale”). Non c’è distinzione tra metropoli e campagna (per esempio nella lettura dei giornali). La storia è stirata come serve. Da Alberto da Giussano a Carlo Cattaneo, c’è di mezzo la Milano spagnola del Manzoni, non esattamente patria del senso civico. Putnam non spiega dove si sono nascosti i valori civici ai tempi dell’Azzeccagarbugli. E trascura il movimento contadino del dopoguerra, gigantesca “associazione civica” di solidarietà, secondo lo storico Francesco Renda. Marta Petrusewicz, difesa dal Times Literary Supplement, ha ipotizzato che, forse, il latifondo preunitario non era poi quella Geenna che si dice. A tratti pare ancora che la crisi politica italiana sia spiegata meglio ne “I vecchi e i giovani” di Pirandello. Ma il libro di Putnam resta assai importante, magari non un classico, ma da digerire. Mandando in pensione il professor Miglio, potrebbe essere un formidabile supporto ideologico per un Umberto Bossi con ambizioni nazionali: venite con me, unifichero’ il Paese sul senso civico, siamo diversi, cresceremo lentamente. Uno dei politici intervistati, anonimo, implora Putnam di non rendere pubblici i suoi risultati, per non danneggiare la causa riformistica. Un altro impreca davanti alle conclusioni: “Ma allora non c’è speranza per il Sud!”. Resta un solo dubbio, come conciliare Tangentopoli con il “senso civico”. Questo Putnam, per ora, non ce lo dice.

dal Corriere della Sera del 12 febbraio 1993

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