Filed under Lega Nord Bergamo

Il bergamasco Brignoli guida il dopo-Grimoldi dei Giovani Padani

I Giovani padani hanno un nuovo leader federale. È il bergamasco Lucio Brignoli, classe 1980, attuale capo di gabinetto della Provincia di Ettore Pirovano. Toccherà a lui – residente a Paladina, militante della sezione del capoluogo del Carroccio, laureando in Scienze dell’amministrazione – guidare il movimento politico della Lega che, con i suoi quasi 5 mila tesserati under 35, «è il più forte giovanile del Nord Italia».

Il simbolo del Movimento Giovani Padani

Ne è convinto Brignoli, che prende il testimone dal deputato monzese Paolo Grimoldi, classe 1975, che si è dimesso «per raggiunti limiti d’età», dopo nove anni al timone dei Giovani Padani. Il trentunenne bergamasco è stato eletto per acclamazione dal Coordinamento federale dei Giovani Padani, composto da una cinquantina di persone tra coordinatori regionali e responsabili dei diversi settori del movimento giovanile. Una nomina che è stata letta come una nuova accelerata della cosiddetta pattuglia lombarda della Lega, quella che fa quadrato attorno al ministro Roberto Maroni e al segretario regionale Giancarlo Giorgetti, che da Pontida ha lanciato la sfida al «cerchio magico», ovvero i fedelissimi di Umberto Bossi, che pare non essere stato informato del cambio della guardia tra gli under 35. Brignoli guidava infatti la segreteria operativa di Giorgetti in via Bellerio, oltre a essere stato il braccio destro di Roberto Castelli per la sezione di Bergamo commissariata. Ma lo stesso Brignoli smentisce le presunte divisioni: «Ho assunto volentieri questo incarico per dare il mio contributo a un movimento che ho fondato e che traghetterò verso l’assemblea federale, che spero elegga un coordinatore più giovane di me. Se le cose funzionano, mi sembra giusto che ogni livello si gestisca dal basso».

di Benedetta Ravizza, da l’Eco di Bergamo dell’11 agosto 2011

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Discorso del Presidente della Provincia di Bergamo al teatro Donizetti il 16 marzo 2011

Le nostre famiglie patriarcali di meta’ 800, ramificate in figli, nipoti, cugini, nuore, cognati erano unite nella solidarieta’ perche’ ciascuno, nel rispetto di regole consolidate, conosceva e onorava il proprio ruolo accettando le conseguenti responsabilita’. Quando un singolo o una piccolo gruppo, all’interno della comunità, tentava di modificare le regole prevaricando i diritti degli altri membri, immediatamente la comunità reagiva con lo scopo di evitare rotture.

Credo che l’ unita’ non possa essere un’ imposizione bensi un sentimento condiviso e suffragato nei fatti da equilibri di reciproca stima e rispetto.

Il nostro territorio, nei primi anni dell’800 era frastagliato in poteri legislativi e amministrativi, in alcuni casi, ancora di retaggio medioevale. Molti Soloni, spesso soltanto autoreferenti e mediatici, sostengono che le norme di attuazione del Federalismo fresche di stampa siano inadeguate, inefficaci, sbagliate, addirittura pericolose, comunque da eliminare.

Non sono preoccupato.

La Confederazione Elvetica che, per prima, ha visto sottoscrivere il Patto Federativo fra tre piccoli villaggi, URI – SVITTO e UNTERVALDO a GRUTLI Il Primo Luglio 1291 non ha mai smesso sino ad oggi di modifivare e migliorare il Suo Federalismo. Questa nostra Repubblica, affiancata da altre efficaci esperienze federali, sapra’ certamente recuperare il ritardo attuando un giusto potere territoriale di gestione delle risorse.

Dopo decenni di sogni sognati da intellettuali e personalita’ quali D’Azeglio, Ricasoli e il federalista Cattaneo scarsamente sostenuti dai regnanti, nel 1849 fu definitivamente accantonato il progetto di Confederazione. Con il sacrificio di tante brave persone che morirono, alcuni combattendo pervasi anche da una visione politica e altri perche’ la loro patria era il villaggio, L’Italia si ritrovo’ unita, forse troppo velocemente, nel 1861 e resto’ Regno sino al 1946.

Non possiamo soltanto adagiarci nei festeggiamenti senza la coscienza che per onorare questi nostri amici lontani nel tempo dobbiamo garantire che nei confini di questa unita’, non ancora perfetta, i nostri amici di oggi,   quelli viventi,   si sentano onorati e rispettati e che possano , con pieno diritto, gestire e programmare la loro vita e il loro territorio.

Senza questi irrinunciabili diritti non avrebbe senso parlare di solidarieta’ anche perche’ nessuno puo’ insegnarla ai Bergamaschi.

Ettore Pirovano
Presidente della Provincia di Bergamo

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Ricerca sui cattolici: per sei su dieci gli immigrati portano più criminalità

Anche la Chiesa Cattolica, nelle sue strutture e organizzazioni, sembra voler ammettere l’esistenza di un disagio tra i fedeli cattolici nei confronti di un’immigrazione di massa e illegale. Allora – forse! – la Lega non si è sbagliata per anni, non ha posto ai primi punti dell’agenda politica un falso problema e neppure cavalcato strumentalmente una deriva xenofoba. Finalmente emergono i riscontri di quello che fino ad ora in pochissimi hanno avuto il coraggio di dire non solo al bar durante l’aperitivo… lb.

È uno dei risultati dello studio realizzato nella Bergamasca da Caritas e Segretariato Migranti.

Il 60,2% dei cattolici impegnati nelle realtà parrocchiali della Bergamasca ritiene che la presenza di immigrati favorisca l’aumento di criminalità, contro il 35,76% che non lo ritiene. Tuttavia uno su due afferma che gli stranieri portano un arricchimento culturale, mentre un’altra metà (47%) opta per risposte negative, in cui si afferma che con gli immigrati si sviluppano due mondi non comunicanti, la perdita dell’identità italiana, mentre un buon numero è indifferente al fenomeno. Un dato che non va lontano dalla percezione italiana, dove 8 su 10 provano paura verso l’immigrazione, e da quella europea (6 su 10).

Questa è solo una delle considerazioni che emergono dalla mole di dati raccolta in uno studio approfondito sulla percezione del fenomeno dell’immigrazione all’interno delle comunità parrocchiali. Il tutto è stato raccolto dall’indagine «La percezione dell’altro» promossa da Caritas diocesana e Segretariato Migranti della diocesi di Bergamo, presentata ieri mattina alla Casa del Giovane dall’antropologa Chiara Brambilla dell’Università di Bergamo e dal sociologo Marco Zucchelli della Caritas bergamasca, a cui hanno partecipato anche il direttore della Caritas Bergamo, don Claudio Visconti, il direttore del Segretariato Migranti don Massimo Rizzi, e in veste di relatori il direttore della Fondazione Migrantes della Cei, monsignor Giancarlo Perego e il vescovo di Bergamo, monsignor Francesco Beschi.

Disagio tra lavoratori

La ricerca riflette una immagine articolata (con aspetti positivi, ma anche problematici) della percezione dell’immigrazione all’interno della comunità cristiana bergamasca. Essa si è basata su un questionario a cui hanno risposto, tra febbraio e giugno scorso, 839 persone appartenenti a 65 consigli pastorali parrocchiali differenti, scelti in modo da essere un campione rappresentativo della realtà diocesana.

Si può notare, infatti, che la maggioranza degli intervistati accetta gli immigrati nel mondo del lavoro, considerati necessari soprattutto in alcuni comparti produttivi. Una parte consistente degli intervistati che appartengono alla categoria degli operai (27,4%) e degli studenti (18,8%), però, crede che la loro presenza possa essere controproducente: una risposta dettata da diverse ragioni, tra cui la condizione lavorativa precaria a cui sono soggette queste due categorie.

Tra gli uomini (25,1%) è la curiosità il sentimento maggiore verso gli immigrati, mentre tra le donne è il timore (22,1%). Questo dato è spiegabile analizzando le risposte sul mezzo mediante il quale si viene a conoscenza degli immigrati: il 34,59% lo fa attraverso i mezzi di comunicazione (17,7% tv, 14,59% stampa), mentre il 26,61% tramite le conoscenze personali e il 7,38% attraverso la scuola.

La quasi totalità, l’84,4%, ha avuto contatti o esperienze personali con gli stranieri: quattro su dieci le valutano del tutto positive, altri quattro in parte positive, in parte negative. Tra i luoghi di conoscenza molti segnalano l’ambiente lavorativo, associazioni, enti e contatti con i missionari.

Gli immigrati con cui si fa più conoscenza sono gli africani (33,2%) e quelli dell’Europa dell’Est (30,3%). Solo il 17,1% ha avuto contatti con sudamericani, un dato che differisce dalle aspettative perché nella Bergamasca è molto ampia la comunità latinoamericana, in particolare quella boliviana.

L’accoglienza negli oratori

Dai consigli parrocchiali giunge un’apertura nei confronti dei ragazzi stranieri: due su tre dicono che le attività degli oratori debbano essere rivolte a tutti, italiani e stranieri. Più della metà afferma che luoghi di culto non cattolici sono espressione del diritto fondamentale di libertà religiosa, uno su quattro li considera un’opportunità di conoscenza reciproca, ma il 17,2% dichiara che sono un pericolo per la fede e l’identità cattolica. Tra questi ultimi uno su tre afferma anche che le parrocchie dovrebbero assistere gli immigrati per coerenza al Vangelo, mentre un altro 22,6% aggiungono che dovrebbero anche evangelizzare.

La sovrastima nelle valli

L’indagine ha messo in luce anche il fatto che la maggior parte degli intervistati conosce il fenomeno sia a livello locale che nazionale, con una tendenza a sovrastimarne le dimensioni. La percezione non è univoca, ma cambia in base alle peculiarità territoriali: in città, nella Bassa e nel basso Sebino c’è una giusta conoscenza con una leggera sovrastima, nell’Isola e nelle valli si tende a sovrastimare, anche di molto, la realtà. In particolare si sovrastima il numero degli irregolari che come spiega Brambilla «rispecchia le rappresentazioni distorte e allarmistiche proposte a livello mass-mediatico e nel dibattito politico». In realtà la percentuale reale d’ingressi irregolari è molto inferiore a quella percepita, dettata anche dal fatto che essa sfugga alle statistiche, ha sottolineato Brambilla. Inoltre, la ricerca indica una difficoltà a distinguere tra stranieri entrati senza regolare visto d’ingresso e «irregolari di ritorno» (un fenomeno in aumento secondo Zucchelli), i regolari cioè che hanno perso i requisiti di permanenza sul territorio italiano a causa della perdita del lavoro.

Domenica 31 Ottobre 2010, Eco di Bergamo

“La percezione dell’altro. La lettura dei dati” Ecco tutti i dati della ricerca elaborata dal Segretariato Migranti della Diocesi di Bergamo.

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