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Atenei, si cambia

In un decreto presto in consiglio dei ministri il giro di vite del ministro Gelmini sui corsi di studio, docenze a contratto e gratuite

Dal 2010 le università non potranno più barare: dovranno ridurre il numero di corsi e di docenti a contratto, o addirittura senza stipendio. Il decreto è quasi pronto, ora è all’esame del Comitato Nazionale per la Valutazione per un parere tecnico, e il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini vorrebbe presentarlo ufficialmente entro fine mese, o al massimo agli inizi di ottobre. Soltanto le nuove regole sul numero dei crediti dovrebbero prendere la strada del disegno di legge. L’obiettivo è di rendere le novità operative già a partire dal prossimo anno accademico. E operativo, a questo punto, sarà un sistema di controlli legato a precisi parametri numerici: chi non li rispetta, sarà tagliato fuori dai finanziamenti.

Le lauree brevi, il 3+2, hanno mostrato i loro limiti ha scritto il ministro in una lettera agli atenei ma, insieme con la lettera, erano presenti anche le novità in arrivo per superare i problemi degli ultimi anni. Sono contenute in un documento molto duro nei confronti degli atenei e della loro gestione. Negli ultimi mesi il numero di prof senza stipendio era aumentato a dismisura: il ministro non ha mai fatto mistero di non amare nè il proliferare di corsi nè di professori non di ruolo. Con il decreto in preparazione chiederà alle università di aumentare il numero di docenti di ruolo per ogni corso di laurea attivato secondo regole molto rigide. Innanzitutto è stabilito che dal 2010 i docenti di ruolo dovranno essere almeno il 60% e dal 2013 il 70% dei corsi erogati. Vanno considerati solo i professori in servizio e non quelli dei concorsi ancora in itinere per evitare che si attivino corsi sulla base solo dei bandi come è capitato.

Spesso i docenti vanno in pensione per limiti di età, e poi vengono riassunti perché considerati persone di particolare valore nel loro campo. Questo chiaramente limita il numero di posti disponibili per i docenti più giovani: il decreto un tetto di 2 docenti in pensione per ogni corso di laurea, 1 per ogni corso di laurea magistrale e 3 per ogni corso di laurea magistrale a ciclo unico.

A scongiurare il pericolo di prof senza stipendio, esterni o a contratto arriva una formula matematica a calcolare per ciascun ateneo il numero massimo di ore tra i diversi tipi di docenti. C’era un’altra abitudine all’interno delle università: si prendevano in considerazione alcuni ‘sconti’ nella valutazione dei docenti che riduceva il numero di requisiti necessari per reclutarli. Il ministro intende eliminarli del tutto.

Sono diventati noti i corsi seguiti da un solo studente. Non saranno più possibili, promette il ministro. Il decreto aumenterà il tetto minimo di studenti per mantenere in vita i corsi. Ora è di 10 studenti per un corso di laurea e 6 per un corso di laurea magistrale: si attende il parere del Comitato per stabilire i nuovi limiti che comunque saranno prescrittivi: chi non li rispetta si vedrà cancellare il corso.

Non si potrà più stabilire in maniera del tutto autonoma il numero di nuovi corsi di laurea se si tratta di corsi molto simili fra loro. Vi saranno limiti precisi per evitare inutili sovrapposizioni. Per evitare la frammentazione e il proliferare indiscriminato degli insegnamenti nei corsi di studio dovranno avere tutti non meno di 6 crediti. In questo modo si potrà avere anche un parametro comune nella valutazione degli studi tra diverse università e quindi facilitare la mobilità degli studenti da un ateneo all’altro. Per lo stesso motivo saranno previste date omogenee di inizio e fine anno accademico, una diversa valutazione delle ore e dei crediti a seconda del tipo di laurea scelta

Per evitare che le facoltà possano trovare il modo di aggirare le nuove regole il ministero controllerà il rispetto dei parametri fissati, e verranno distribuiti i fondi del finanziamento ordinario soltanto agli atenei in regola.

da La Stampa del 18 settembre 2009

LEGA: COTA, BASTA CON FALSITA’ SU FIGLIO BOSSI

Roma, 16 set. (Adnkronos) – ”Renzo Bossi non ha alcun incarico al Parlamento europeo, ne’ in societa’, ne’ in organismi collegati a Expo 2015 e ovviamente non percepisce neppure un euro. Adesso basta con questa campagna diffamatoria”. Lo dichiara il capogruppo della Lega Nord alla Camera, Roberto Cota, che aggiunge: “nei giorni scorsi era gia’ arrivata la smentita dell’on. Speroni, ma evidentemente a chi non vuol capire non basta. Cosi come non e’ stato sufficiente spiegare che Renzo Bossi non ha neppure accettato di far parte dell’Osservatorio Expo 2015″.

Altri articoli sull’università:
Università, il fallimento del 3+2 (LaStampa)
Studiare e lavorare, ecco le occasioni per chi è allàuniversità (Corriere della Sera)

Speciale lingue locali:
Dialetto accanto all’inglese nell’istituto fondato da Bossi (IlGiorno)
L’interprete che traduce l’italiano in milanese (LaStampa)
Le lingue e i dialetti dai comuni all’Europa (IlGiorno)
Zaia: i senegalesi parlano veneto come me (IlGazzettino)
La nostra letteratura non si può capire senza i regionalismi (Ilgiornale)

Supplenze e precari nella scuola:
Precari con corsia preferenziale (IlSole24Ore)

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Dossier sulle università italiane

Più care, meno utili. Università italiane bocciate in Europa

Per scegliere il miglior ateneo in cui studiare conviene aprire una bella cartina dell’Europa e prepararsi a comprare un biglietto aereo. Azzeccare il posto più indicato – in un confronto a cinque fra Francia, Gran Bretagna, Spagna, Italia e Germania – non è questione di fortuna: basta mettere sulla bilancia costi e benefici. E così si scopre che per vantare una laurea nel Paese più quotato del Vecchio Continente bisogna volare in Inghilterra. Per essere più «coccolati» dallo Stato, fra borse di studio (ne beneficia il 30% degli iscritti) e aiuti all’affitto (una quota ad ogni studente a prescindere dal reddito), l’opzione da scegliere è Francia. E per un ottimo rapporto qualità-prezzo la risposta è Germania: affitti bassi, rette contenute (in alcuni Länder è addirittura gratis), costo della vita sopportabile e più che incoraggianti possibilità di trovare lavoro subito dopo la laurea.

Secondo tutte le classifiche è in Inghilterra che si contano gli atenei migliori. Ma soprattutto, per chi preferisse uno sguardo più concreto, è lì che si trova lavoro più velocemente dopo l’università (dettaglio non da poco: con un signor stipendio). I college di sua Maestà, però, hanno anche un gran difetto: le tasse. Per studiare in Inghilterra e Galles, infatti, uno studente deve sborsare in media 1.859 euro, l’importo più alto di tutta Europa. E senza nessun aiuto economico, perché lassù vige il sistema del prestito: lo Stato anticipa tot soldi che lo studente restituirà – con interessi a tasso zero – dopo la laurea (in media l’indebitamento annuo è di 5.480 dollari).

Se si scarta l’Inghilterra perché troppo cara, rimane un’ampia scelta prima di ripiegare sull’Italia. In quanto a tasse, infatti, Francia, Germania e Spagna pretendono dai loro studenti molto meno di noi. Se infatti la media qui è di 1.017 euro, in Spagna si scende a 795, in Francia si oscilla fra i 160 e i 490, e in Germania da 500 a semestre a nulla. Insomma, fra i cinque grandi Paesi occidentali l’Italia è seconda nello spremere i suoi studenti.

Tasse alte ma qualità alle stelle? In Inghilterra sì, stando ai dati su disoccupazione post-laurea («solo» 6,4%), alle classifiche dei ranking internazionali (presenti fra i migliori il 42,7% dei suoi college) e agli articoli scientifici pubblicati (è IV con 642). L’Italia? Chiude quasi tutte le classifiche. A due anni dalla laurea i disoccupati sono il 24,9%. Più che ovunque. Il nostro primo ateneo in classifica (secondo Times-QS ranking 2008) è quello di Bologna (in totale è presente il 18,2% degli istituti), che raggiunge un timido 78esimo posto in Europa. In questo – almeno secondo la classifica – ci battono tutti gli altri quattro Paesi. Anche la Spagna, che, pur potendo vantare solo l’11% degli atenei in classifica, ci scavalca con Barcellona al 75esimo posto.

Confrontata con i grandi quattro, l’Italia non risulta appetibile non solo per «qualità» e tasse, ma nemmeno per il cosiddetto «diritto allo studio». Secondo l’ultimo rapporto Ocse, infatti, abbiamo la percentuale più bassa di studenti con borse di studio (il 20%) e la percentuale più bassa (a pari merito con la Spagna) di residenze universitarie (il 2% sul totale degli studenti). Costi che pesano nell’economia della famiglia o dello studente che si mantiene da solo. Soprattutto se deve fare i conti con affitti alti. Dall’ultimo studio di Eurostudent, emergono i dati comparati sui canoni. Vince la Germania, che in media oscilla fra i 201 e i 299 euro (nel primo caso in uno studentato, nel secondo in una singola di un privato). Secondo posto alla Francia, terzo alla Spagna. Quarto e ultimo (mancano i dati ufficiali dell’Italia) all’Inghilterra, distanziatissima con prezzi come 532 e 724 euro. In Italia, se si ha un reddito familiare basso, si possono trovare posti letto o singole in studentati anche a poco più di 100 euro. Se però non si ha diritto allo «sconto» il prezzo può salire fino a 700 euro. E se si sceglie una sistemazione in una stanza di un appartamento in affitto da privati il canone oscilla fra i 200 delle città del Sud, i 400 di Bologna e i 500 di media di Milano e Roma. I costi della vita – calcola l’Ocse – mangiano in media un terzo delle spese totali della vita di uno studente.

Calcolando il rapporto fra rette universitarie e supporto agli studenti, l’Ocse ha diviso l’Europa in quattro fasce. La più virtuosa – zero tasse e generosi aiuti agli iscritti – include le nazioni nordiche: Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia. Poi ci sono quelli con tasse alte compensate però da un buon sistema, e sono i Paesi anglosassoni. La fascia peggiore (tasse alte, pochi aiuti) non ha Paesi occidentali. Infine l’area di Francia, Spagna e Italia (il Paese con la maggior differenza fra fasce fiscali): tasse abbastanza basse ma altrettanto bassi aiuti.

Da LaStampa del 27 agosto 2009

Il Dossier completo: qui.

Altri articoli segnalati:

Dal dialetto al nodo salari. La doppia strategia della Lega (PDF)

Zaia: ma la Lega non è e non sarà la DC (PDF)

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Bossi lancia il dialetto nella scuola e si tagliano le lauree inutili nell’università

VARESE L’Umberto ha dato la linea, ancora una volta e, come sempre, senza mezze parole. E ha rimesso la barra dritta al centro. Vale a dire, a Varese. Perché è questa città il laboratorio politico-culturale di Bossi, e da qui il ministro delle Riforme ha l’intenzione d’esportare un modello strategico per la battaglia leghista dell’estate: ovvero riportare il dialetto in classe.

«Nella scuola più importante di Varese si insegnano inglese, tedesco e anche il dialetto. E non è morto mica nessuno» ha fatto sapere l’altra sera il Senatur da Mandello del Lario. La scuola in questione è la Bosina, fondata nel 1998 a Calcinate del Pesce dalla signora Manuela Marrone, maestra di scuola elementare con una lunga esperienza alle spalle e moglie dello stesso Bossi: da allora ne sono passati di anni e di studenti, a cominciare dai figli dello stesso numero uno leghista che, proprio in occasione della festa della polizia di due anni fa in città, aveva voluto rimarcare l’importanza per loro di quel tipo di formazione.
D’altronde il Carroccio preme, l’autunno s’annuncia caldo e le regionali di marzo s’avvicinano. Dunque, servono risultati e – parole del leader – «il dialetto non è una cosa minore rispetto all’economia o ai decreti per superare la crisi». Parole di uno che della tradizione linguistica territoriale è un esperto con pochi eguali: «Tanti anni fa ero l’unico che comprava libri sul tema e ora ho una biblioteca sul dialetto incredibilmente vasta». Parole e promesse: «Il dialetto lo troverete nelle scuole tra poco tempo». È il via libera alla marcia leghista, dopo lo scivolone in commissione cultura della Camera: «Di cultura non è mai morto nessuno, è di ignoranza che si muore» gli fa eco il segretario provinciale del Carroccio, Stefano Candiani: «La Bosina è un esempio, in qualsiasi scuola del nostro territorio, come del Trentino, del Piemonte e della Liguria, è giusto che si studino e si insegnino la cultura, la storia e le identità locali, purtroppo trascurate qui in Padania a partire dal dopoguerra, quando le tradizioni dei padri e dei nonni hanno iniziato ad essere ingiustamente considerate di serie B».

3 agosto 2009, da LaProvinciadiVarese online

Da ilSole24Ore di oggi un altro articolo che entra nel merito della riforma dell’università:

Il tetto alle ore taglia le lauree inutili (PDF)

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